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Tremiti for dummies

In: In acqua

1 Ago 2009

L’anfibio non ha molti soldi. Tra qualche mese, con questo andazzo, non avrà più una lira, ma non per questo vuole rinunciare alla sua porzione di bellezza. Capita così che decida di organizzarsi una visita alle Tremiti, profittando di un ritorno al paesello più lungo del solito.

Organizzazione, si fa per dire: qui si parte con il treno dell’alba e si torna la sera tardi, con tempi morti notevoli e contando solo sui propri piedi per gli spostamenti sull’isola.

Il benvenuto a questa giornata tremitana il mezzo e mezzo lo riceve giusto all’alba, quando scopre che il treno che lo dovrà portare all’imbarco di Termoli viaggia con circa un’ora di ritardo, e che quindi ci si è alzati alle 4 di mattina per niente… L’esperienza dei treni espresso notturni, d’altronde, è per il nostro sempre densa di un sapore di tempi andati, neorealismo e viaggi della speranza che lo affascina: è l’incontro con “la ggente“, un concetto spinoso. Tra l’altro, l’anfibio scopre con stupore che “La Repubblica” è diventato per qualcuno una specie di “Pravda” light quando un suo compagno di scompartimento ammicca alla copia che ha in mano con un

“…e visto il giornale che hai comprato abbiamo già capito le tue simpatie politiche…”

Insomma, tra una cosa e l’altra si arriva a Termoli e si corre all’imbarco, si traghetta romanticamente affacciati al ponte cercando inutilmente forme di vita amiche con cui dialogare, infine si arriva al porto di San Domino, ed è già uno spettacolo. Peccato solo per il trambusto all’attracco: un mercato di gite in contrattazione su gommoni, acquataxi e barche assortite che, l’anfibio scoprirà, creano una sorta di primo e terzo mondo del turismo sull’isola. L’impavido (lo sprovveduto) dribbla orgoglioso la questua, dà un ultimo sguardo sprezzante alla folla di famigliole e gitanti assiepata sulla banchina e si incammina in netta controtendenza verso il cuore del paese di San Domino: ha deciso di fare il periplo dell’isola e profittare delle discese alle varie calette per godere delle bellezze acquatiche dell’isola.

Mappa dei sentieri, equipaggiamento spartano ma consono all’impresa e tanta determinazione: inizia la salita che lo porterà prima al paese, quindi (secondo il piano d’attacco) verso Cala del Sale, Cala degli Inglesi e infine i Pagliai, selezione suggerita da un Diving Center del posto. La prima parte del viaggio è ostica, la pendenza non indifferente e la calura notevole, inoltre la sosta prevista allo Scoglio dell’Elefante non è possibile perché la discesa a mare non c’è: guardando dall’alto lo spettacolo l’anfibio ha però un primo assaggio di quello che può offrire il posto; si mette bene.
La Cala del Sale è poco più avanti, per scendere c’è un ultimo tratto di strada leggermente scoscesa da percorrere ma poi si può finalmente entrare in acqua. Anche in questo caso c’è un isolotto roccioso a fronteggiare la caletta; l’acqua è in questo tratto non molto profonda, almeno sotto costa, ma basta allontanarsi di poco per acquistare profondità. I pesci se ne fottono di chi fa il bagno e delle numerose e fastidiosissime presenze di natanti, motoscafi e quant’altro in rapido passaggio poco distante: nuotano in branchi, la pezzatura è piccola ma l’effetto è notevole. La sosta dell’anfibio dura un paio d’ore, poi si rincammina verso la destinazione successiva; pranzo al sacco, naturalmente. Complice una leggera velatura del cielo, il percorso è questa volta più agevole, anche la pendenza è meno pronunciata (non che prima si fosse in alta montagna, però l’anfibio è animale di pianura, già tre scalini da salire sono fatica…), insomma in non molto tempo si arriva alla Cala dei Benedettini e da qui alla Cala degli Inglesi. Lo spettacolo è ancora più incantevole, l’acqua di un colore così chiaro e limpido da sembrare una piscina (impressione che ricorda all’anfibio Stintino, luglio 2008, bei tempi…), la profondità decisamente maggiore rispetto alla spiaggia precedente, così come la ricchezza della fauna marina. Nel percorso da una sponda all’altra della caletta l’acqua, nonostante la trasparenza, diventa molto scura e da ciò si può dedurre che la profondità oltrepassi i 20 metri; più avanti il nostro scorge invece un branco di pesci di dimensioni decisamente notevoli e che dall’aspetto sembrano dei barracuda. Barracuda! Meglio aumentare la velocità per raggiungere la costa, però che bella la compagnia di saraghi, tordi, castagnole, salpe! Sulle rocce lo accolgono ricci di mare e patelle, belli sì ma un po’ scomodi da avere in mezzo ai piedi quando si cerca di risalire dall’acqua. Come che sia, è decisamente una delle più belle passeggiate sott’acqua mai fatte (di apnea poca roba, siamo fuori forma).

Mentre il tempo inizia a stringere e l’anfibio si allucertola sul primo scoglio libero, la visione dei gommoni che sfrecciano all’orizzonte lo porta a interrogarsi sulla possibilità di un altro turismo possibile, meno caciarone e più rispettoso dell’ambiente (ecchecazzo, anche qui capita di nuotare in mezzo a buste e altri avanzi dei naviganti). Sarà forse che rosica perché lui la barca o il gommone non se lo può permettere (e in effetti qui come in altri posti la differenza tra chi arriva da terra e chi va per mare crea un’evidente divisione poveri/ricchi), però forse, anche se il gommone ce lo avesse, l’anfibio un briciolo di sensibilità in più l’avrebbe. Boh! Tra una pippa mentale e l’altra si fa l’ora di andare verso l’ultimo approdo prima del rientro: i Pagliai sembrano una meta improbabile, perché da terra non si possono raggiungere. Consigliato da un indigeno, però, il nostro non si arrende e arriva a un molo poco distante dall’attracco dei traghetti da cui potrà arrivare nuotando a questi scogli affioranti, nella parte in cui San Domino fronteggia l’isolotto del Cretaccio. L’acqua intorno al molo è decisamente meno invitante di quella vista finora, ma vale la pena affrontarla: superati pochi metri di leggero pantano il mare si fa nuovamente splendido, e l’area intorno ai Pagliai stupefacente: qui è la ricchezza dei fondali a stupire, e la presenza di numerosi saraghi (addirittura orate, possibile?) di pezzatura notevole.

L’esplorazione di crepacci e aperture, l’arrivo al fondo (sotto i 10 metri) e appunto la compagnia dei pesci sono ottima conclusione di una giornata che non può non essere un semplice antipasto di una vacanza a venire di almeno tre-quattro giorni, quando questi luoghi saranno meno affollati e le finanze dell’anfibio saranno messe meglio. Allora si potranno visitare anche le altre isole dell’arcipelago, e approfondire la conoscenza di tutti i posti in questa occasione solo assaggiati. Ci sarà un seguito, intanto è meglio sorvolare sul ritorno, trascorso fra attese interminabili, compagnie infelici e una più che giustificata stanchezza.
Sotto botta di: “Entre dos aguas”, Paco De Lucia; “Seya”, Oumou Sangare; “Macramè”, Ivano Fossati

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