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Lila Downs y la Misteriosa: Live à FIP

In: Nell'aria

28 Mag 2010

Dalla radio francese FIP sono già usciti dischi (quanta antichità in questa parola…) da tenere d’occhio, registrazioni di concerti tenutisi negli studi dell’emittente da Omar Sosa, per esempio.
In questo caso il Live à FIP riguarda Lila Downs, bella donna (ebbè…) e voce possente cresciuta on the border tra Stati Uniti e Messico, in senso stretto, in senso lato una delle portavoci più note di quella musica mestiza che da ormai più di vent’anni cerca di dimostrare che, alla fine, todos somos uno.
Concetto spinoso, questo, perché si presta a edulcorazioni stile Benetton o a un volemose bbene da oratorio. L’anfibio rimane comunque affascinato dall’idea che possa esistere una produzione “media”, diciamo pop, che non parli solo la lingua dei gringos ma che includa suoni e temi di altra derivazione e, pur riconoscendo un’estrema variabilità dei risultati, continua ad ascoltare con piacere quella che, confusamente, si può ancora definire world music.
Che ora abbiamo fatto? Insomma, al termine di questo pistolotto iniziale, che dice questo Live à FIP?
A un primo ascolto c’è un po’ di delusione per la voce della Downs che, tanto su disco è versatile e potente, tanto in questa registrazione dal vivo appare in diversi casi tremolante e incerta o, in alternativa, spinta verso gorgheggi un po’ stucchevoli.
Riascoltando i brani, comunque, la sensazione si affievolisce e il disco cresce tanto che, dopo due settimane di ascolto, è ormai entrato nell’heavy rotation dell’anfibio e non accenna ad uscirne.
Merito di un gruppo che macina ritmo e melodia con energia e perizia, di canzoni in diversi casi veramente belle (ci sono diversi brani tradizionali) e a ogni modo sicuramente coinvolgenti e orecchiabili, comunque di buoni interpretazioni della Downs.
I pezzi forti? La linea, che dal vivo diventa una specie di samba-reggae sotto peyote, il ritmo contagioso e sbilenco de La iguana e Los pollos, una interpretazione gioiosamente caciarona de La cucaracha che si fa perdonare anche l’imperdonabile, cioè le due strofette di rap d’ordinanza.

Que un niño de ojos de luna/Palabra de flor cantó:
“Este mundo material/Solamente es pasajero”
La linea

E poi c’è il melodramma: splendida l’interpretazione de La sandunga, brano antico di secoli e qui riproposto in maniera struggente, poi un tradicional come Paloma negra (cantata anche da Chavela Vargas), più sornione ma ugualmente riuscito, e ancora Naila, altra struggente storia d’amore perduto e affogato nel bicchiere di una bettola (e sarà che l’anfibio è ancora sensibile al tema…).

“Naila, di porque me abandonas/Tonta, si bien sabes que te quiero
Vuelve a mi, ya no busques otros senderos
Te perdono, porque sin tu amor/Se me parte el corazón”
Naila

Insomma, al di là delle obiezioni di principio e della ricerca del pelo nell’uovo (un po’ più deboli sembrano i pezzi tratti dall’ultimo Ojo de culebra), il disco fila che è un piacere e si fa ascoltare e riascoltare e riascoltare; quasi viene da prenotare i biglietti per i prossimi concerti…
Consigliato se:
si ha voglia di cantare in macchina;
pur apprezzando l’attitudine festaiola di Gogol Bordello et similia, si ha ancora voglia di sentire suonare e cantare per bene;
si vuole perfezionare lo studio della lingua spagnola senza passare per Fabio Volo;
si crede ancora che la musica sia naturalmente antirazzista…

“Siguo creyendo/que lo malo acabe/
que lo bueno viene/la consciencia te llama…”
Justicia

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