Crea sito

Lila Downs y la Misteriosa: Live à FIP

Dalla radio francese FIP sono già usciti dischi (quanta antichità in questa parola…) da tenere d’occhio, registrazioni di concerti tenutisi negli studi dell’emittente da Omar Sosa, per esempio.
In questo caso il Live à FIP riguarda Lila Downs, bella donna (ebbè…) e voce possente cresciuta on the border tra Stati Uniti e Messico, in senso stretto, in senso lato una delle portavoci più note di quella musica mestiza che da ormai più di vent’anni cerca di dimostrare che, alla fine, todos somos uno.
Concetto spinoso, questo, perché si presta a edulcorazioni stile Benetton o a un volemose bbene da oratorio. L’anfibio rimane comunque affascinato dall’idea che possa esistere una produzione “media”, diciamo pop, che non parli solo la lingua dei gringos ma che includa suoni e temi di altra derivazione e, pur riconoscendo un’estrema variabilità dei risultati, continua ad ascoltare con piacere quella che, confusamente, si può ancora definire world music.
Che ora abbiamo fatto? Insomma, al termine di questo pistolotto iniziale, che dice questo Live à FIP?
A un primo ascolto c’è un po’ di delusione per la voce della Downs che, tanto su disco è versatile e potente, tanto in questa registrazione dal vivo appare in diversi casi tremolante e incerta o, in alternativa, spinta verso gorgheggi un po’ stucchevoli.
Riascoltando i brani, comunque, la sensazione si affievolisce e il disco cresce tanto che, dopo due settimane di ascolto, è ormai entrato nell’heavy rotation dell’anfibio e non accenna ad uscirne.
Merito di un gruppo che macina ritmo e melodia con energia e perizia, di canzoni in diversi casi veramente belle (ci sono diversi brani tradizionali) e a ogni modo sicuramente coinvolgenti e orecchiabili, comunque di buoni interpretazioni della Downs.
I pezzi forti? La linea, che dal vivo diventa una specie di samba-reggae sotto peyote, il ritmo contagioso e sbilenco de La iguana e Los pollos, una interpretazione gioiosamente caciarona de La cucaracha che si fa perdonare anche l’imperdonabile, cioè le due strofette di rap d’ordinanza.

Que un niño de ojos de luna/Palabra de flor cantó:
“Este mundo material/Solamente es pasajero”
La linea

E poi c’è il melodramma: splendida l’interpretazione de La sandunga, brano antico di secoli e qui riproposto in maniera struggente, poi un tradicional come Paloma negra (cantata anche da Chavela Vargas), più sornione ma ugualmente riuscito, e ancora Naila, altra struggente storia d’amore perduto e affogato nel bicchiere di una bettola (e sarà che l’anfibio è ancora sensibile al tema…).

“Naila, di porque me abandonas/Tonta, si bien sabes que te quiero
Vuelve a mi, ya no busques otros senderos
Te perdono, porque sin tu amor/Se me parte el corazón”
Naila

Insomma, al di là delle obiezioni di principio e della ricerca del pelo nell’uovo (un po’ più deboli sembrano i pezzi tratti dall’ultimo Ojo de culebra), il disco fila che è un piacere e si fa ascoltare e riascoltare e riascoltare; quasi viene da prenotare i biglietti per i prossimi concerti…
Consigliato se:
si ha voglia di cantare in macchina;
pur apprezzando l’attitudine festaiola di Gogol Bordello et similia, si ha ancora voglia di sentire suonare e cantare per bene;
si vuole perfezionare lo studio della lingua spagnola senza passare per Fabio Volo;
si crede ancora che la musica sia naturalmente antirazzista…

“Siguo creyendo/que lo malo acabe/
que lo bueno viene/la consciencia te llama…”
Justicia

I. Metti un pomeriggio alla radio…

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.


Fite dem back, Linton Kwesi Johnson
gli spaccheremo la testa/perché non c’è niente dentro

Poco dopo il risveglio dal letargo (vedi post precedente), troviamo il nostro eroe disinvoltamente alla guida della sua vettura sulla strada di grande comunicazione FI-PI-LI, con la radio accesa a tenergli compagnia. Siamo nel tempo in cui si può ancora trovare soddisfazione da una giornata al mare, senza disperderla tra code in autostrada, ricerca di parcheggi e gomitate per un posto in spiaggia.
Sia come sia, nella pausa pubblicitaria a un certo punto si ode distintamente alla radio la pubblicità di una nuova iniziativa editoriale della testata “Libero”, ovvero il CD con i discorsi del Duce.
IDISCORSIDIMUSSOLINIMANNAGGIACRISTOINCROCE!
Ora, gli astratti furori di gioventù sono passati da un pezzo per il nostro, che crede ormai più a una comunità ideale di persone solidali e cooperanti che a un progetto coerente di organizzazione del mondo. Questo per dire che al momento non si considera molto attivo politicamente. Fatta la premessa, però, ascoltare un messaggio pubblicitario in cui si propagandano i discorsi della CapadiMorto con la stessa naturalezza con cui si reclamizza un dentifricio o un nuovo deodorante per le ascelle prima rischia di fargli perdere il controllo dell’auto, poi gli procura una forte inquietudine.
Cazzarola, si dice, ma qui stiamo già un pezzo avanti, o meglio indietro: i discorsi del Duce, quando ero piccolo, li ascoltavano clandestinamente i coglioncelli della mia classe quando andavano in gita, o li vendeva il bancarellaro alle feste dell’MSI, che di solito era persona ben robusta, perchè doveva essere in grado di difenderle dagli assalti di chi quella roba non la voleva in piazza. Insomma, giustamente si aveva pudore e paura a portare questa roba allo scoperto, perché faceva parte di un passato infame, che tutt’al più si poteva ricordare per imparare a non ripeterne gli sbagli. Che, ora, un giornale a tiratura nazionale li pubblichi e reclamizzi vuol dire alcune cose:
- abbiamo perso la memoria del nostro passato, o meglio non ne siamo più interessati, e la colpa è anche di chi di quel passato doveva tramandare le storie, e l’ha fatto ammosciando le palle a tutti;
- la nuova classe dirigente è padrona, e si sta prendendo tutte le rivincite: come bambini presi in giro dai più grandi che tornano con il cugino che mena a proteggerli, la pseudo-intellighenzia di questo governo da operetta sente che può fare il cazzo che gli pare e infierisce, legittimando le cose peggiori con l’alibi dello share e del tanto-è-tutto-uguale (chi scrive è sicuro che Feltri risponderebbe a chi gli contesta la scelta di Libero sostenendo, per esempio, che ilManifesto ha pubblicato gli scritti di Che Guevara o con argomentazioni simili);
- mentre gli eredi politici diretti cercano in qualche modo di smarcarsi da un’eredità ingombrante, trionfa il fascismo-chic: la suoneria del cellulare di Lele Mora con “faccetta nera” e Corona che si candida con Forza Nuova, il busto di Mussolini sulla scrivania di Feltri e la croce celtica portata con disinvoltura al collo dal sindaco di Roma.
Cosa si può fare?
(continua)

Dopo il letargo

Scena:
La riduzione televisiva di una delle migliore commedie di Eduardo, Napoli milionaria.
Prima della battuta epocale che chiude il testo, quella della nottata che deve passare, la moglie Amalia si guarda intorno come se vedesse tutto per la prima volta: “Che è successo…“.
Si sta svegliando dall’illusione dei soldi facili, della bella vita che ha fatto grazie al contrabbando e all’occupazione alleata di Napoli, quando, secondo lo scrittore La Capria, la città era diventata “una specie di Saigon mediterranea”.
Ora, la morale del testo di Eduardo può anche essere reazionaria, se vogliamo (il marito che riprende il posto di capofamiglia e sistema le cose, oppure il ritorno all’ordine dopo la speranza di un cambiamento della propria condizione), ma il fatto è che NON vogliamo.
Nel finale di Napoli milionaria c’è l’umanesimo neorealista, la speranza forse ingenua di una nuova vita, più dignitosa e giusta. Poi c’è la bravura degli attori e del regista, certo, i loro volti dolenti (i segni del tempo sul viso di Eduardo e la fierezza del volto di Regina Bianchi), c’è questo e molto altro.
Sia come sia, al ritorno al blog dopo una lunghissima pausa, un letargo tracimato oltre i limiti come l’inverno appena trascorso si è mangiato mezza primavera, l’anfibio si sente un po’ come l’Amalia di cui sopra. Si guarda intorno e continua a domandarsi: “Che è successo?
Ne sono successe e ne stanno succedendo molte: alcune cose lo riguardano molto da vicino, altre sembrano più distanti ma in realtà non lo sono. Deve ancora prendere le misure di tutto questo, ma in qualche modo ce la farà, non ne dubitiamo. Per il momento è tornato al suo blog, ed è già qualcosa.

Scritto sotto effetto di: Tg1 delle ore 13.30; comizi deliranti di tristi antiabortisti in Piazza Maggiore; segni dell’apocalisse che si avvicina.

Mercedes Sosa, “la negra” (1935-2009)

Cos’era, la voce, il carisma, ‘a cazzimm’….
“Cancion con todos”, sottotitoli in portoghese (ma se ne potevano mettere molte altre).

Simm’ turnat’

“In galera ci stanno innocenti e colpevoli, ma il Cavaliere non c’è mai”                                                                            ‘o Zulu, 1/10/2009

Ritorno dei 99 posse sulle scene, a diversi anni dalle ultime esibizioni, e ritorno a Bologna. La folla al TPO è quella delle grandi, anzi grandissime, occasioni: stipata all’inverosimile dentro lo stanzone location del concerto si trova una fauna piuttosto varia, ma in prevalenza composta da universitari + o – imberbi; non mancano tuttavia habitué del posto, vecchi aficionados del gruppo e loro conterranei (qui più per una questione di identità territoriale  che per effettiva affinità musical-politica) e addirittura, in lontananza, si intravede la figura dell’anfibio.  Si tratta in realtà di una silhouette piuttosto stilizzata, compressa com’è nella bolgia del locale, però è sicuramente lui, presente forse per ribadire un’appartenenza ormai sbiadita, fare il punto della situazione e, massì, divertirsi un po’.

Introdotta da un cazzutissimo preambolo di un tippione, la formazione fa finalmente il suo ingresso sul palco: manca Meg, per il resto le facce sono a occhio le stesse del periodo Corto circuito/Vida que vendrà.
“…con questo primo pezzo vi introdurremo dolcemente al mondo della 99 posse”, inizia ‘o Zulu, parte Rigurgito antifascista e al TPO inizia la lotta greco-romana: chi scrive non trova altro termine per definire quello che succede sotto il palco, perché c’è così poco spazio che non si riesce neanche a saltare, e quindi il movimento è a ondate, con corpi sudati all’inverosimile che scivolano in-a-capitone-style gli uni sugli altri. Per una buona mezz’ora va avanti così: sul palco si alternano pezzi più o meno recenti, sotto si ondeggia avanti e indietro, attenti a non comprimere troppo chi sta intorno ma anche a non farsi schiacciare a sottiletta dai vicini.

L’acustica è quella che è, il gruppo non ha mai brillato per raffinatezza musicale e Zulù non è mai stato una gran voce (però che cazzimm’, ancora adesso!), inoltre la mescolanza di strumenti elettronici con basso, batteria e percussioni crea un discreto pastone e spinge i pezzi su canonici beat in 4/4 decisamente poco esaltanti; questa però è la fredda cronaca musicale, e conta veramente poco nel caso del gruppo in questione.

Conta l’attitudine, come si dice, e i 99 Posse ne hanno da vendere: la premessa classica in questi casi è che, “pur non condividendo in pieno il loro pensiero” sono forti. Per chi scrive l’assunto è in parte vero, per esempio con gli Assalti Frontali (’che sempre in area autonomia/antagonismo stanno) c’è maggiore condivisione del discorso. Qui c’è però una capacità comunicativa che passa sopra a tutto.  Le parole con cui  Zulu introduce o conclude i pezzi sono in questo senso esemplari: a volte esilaranti, a volte dure, sempre comunque giocate sull’autoironia e il sarcasmo.

Nel frattempo la situazione nel locale si è fatta più accettabile (si aprono tutti i finestroni, un po’ di gente sfolla dalle prime file), inizia la seconda parte del concerto (quella che, come dice Zulu, “è fatta di pezzi a struttura aperta, che possono essere cambiati ogni volta”) e la novenove inizia a calare i pezzi forti: “Curre curre guagliò“, “Napoli“, “Children ov babylon” e così via, fino a un medley conclusivo “‘O documento/Ripetutamente/Rafaniello/Salario garantito” da lacrime agli occhi, per i ricordi collegati ma anche per le risate che suscitano i pezzi. L’introduzione al medley suona più o meno così: “visto che l’età media qui sul palco è di 40 anni, e infatti pensavamo di chiamarci 99 prostate, voglio vedere quanti quarantenni qui si fidano [ce la fanno, italianizzazione del napoletano] di fare un pezzo di 18 minuti come quello che stiamo per eseguire”.

C’è spazio per un nuovo pezzo, “Italia a mano armata“, che affronta con la faccia cattiva il tema delle ronde ma non sembra proprio trascendentale, per il ritorno sul palco con “Cerco tempo” e… che altro? Chi scrive, in effetti, non ricorda più come esattamente sia finito il concerto, però può avanzare alcune considerazioni di massima:
- questa reunion non è un avvenimento epocale, però fa comunque piacere risentire la voce di un gruppo che le cose, a modo suo, le ha sempre sapute dire in maniera convincente;
- come gruppo musicale la posse ha sicuramente perso qualcosa; c’è da vedere, se ci sarà un disco, che direzione prenderà;
- la prossima volta concerti all’aperto e in spazi sconfinati; madonna che esperienza è stata!

2 agosto, Bologna

Nel 1980 l’anfibio era ancora molto piccolo, e inconsapevole della sua futura condizione di mezzo e mezzo; i suoi ricordi di quel periodo sono Polaroid coi colori accesi dell’estate, braghette corte e magliette a righe orizzontali, i baffoni e la pancia del padre, i capelli arruffati della madre, le facce divertite dei compagni di gioco al vedere lui che sale in sella a un Califfone e fa finta di guidarlo.
Di quel periodo ricorda però anche un senso di inquietudine, di oppressione che a volte era evidente anche ai bambini, telegiornali come bollettini di una guerra, eventi luttuosi e misteriosi che in famiglia si accettavano come si accetta una tromba d’aria o un terremoto, con il fatalismo di chi davvero non capiva perché succedessero certe cose. Con il tempo il bambino è cresciuto e una sua idea del perché se l’è fatta, quindi oggi si è presentato all’appuntamento con la rituale commemorazione di uno di questi eventi, forse il più odioso occorso nel dopoguerra in Italia, vale a dire la strage fascista alla stazione di Bologna (anche se a volte ancora gli risuona nelle orecchie l’audio in tempo reale dell’esplosione di una bomba a Piazza della Loggia).

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.


Brescia, Piazza della Loggia, 28 maggio 1974

I wuminghi, a proposito di Resistenza, avevano scritto tempo fa (nella postfazione all’edizione Stile Libero di “Asce di guerra”) alcune cose molto interessanti e condivisibili:

L’immagine della Resistenza come vendicatrice dei torti subiti da padri e nonni è stata offuscata a colpi di commemorazioni istituzionali. C’è chi ha voluto depurare la guerra di liberazione dei suoi aspetti più controversi. Così facendo, l’ha allontanata dalle pulsioni dell’animo umano [...] In parole povere: la memoria della Resistenza si è confusa con uno statu quo avvilente.
Occorre tornare a “camminare sul lato selvaggio”, e c’è molto lavoro da fare. Tornare a raccontare la Resistenza, e farlo in nuovi modi. Sotto gli strati di polvere di archivi e biblioteche abbiamo a disposizione un patrimonio inestimabile…

il succo era che per non imbalsamare la memoria occorreva trovare nuove prospettive per raccontarla. Questo non vuol dire confondere le acque, naturalmente, né dimenticare quelli che sono i punti fermi di un accadimento. Niente, l’anfibio pensava a questo osservando ancora una volta lo spettacolo della piazza bolognese, piena di passione civile e però ormai assuefatta, sembra, al solito avvicendarsi di oratori più o meno felici nella scelta delle parole, con il climax della contestazione all’esponente delle istituzioni. Ora, non che l’anfibio abbia mai provato alcuna simpatia per quelli di là, però sentire Sandro Bondi piagnucolare perché non gli si facevano dire quelle quattro frasi fatte che si era diligentemente preparato lo ha un po’ intristito, senza contare che lo spettacolo di una commemorazione solenne ridotta a battibecco tra il suddetto ministro e la gente in platea era veramente deprimente. Contestazione si o no? Boh, però il minuto di silenzio, con i gonfaloni levati in alto, è stato veramente toccante.
P.S.: e comunque, caro ministro, dire dopo 29 anni che non è facile ricostruire quello che è successo il 2 agosto, e che ci sono molte verità ancora da accertare, o è malafede o è una grande stronzata.

Tremiti for dummies

L’anfibio non ha molti soldi. Tra qualche mese, con questo andazzo, non avrà più una lira, ma non per questo vuole rinunciare alla sua porzione di bellezza. Capita così che decida di organizzarsi una visita alle Tremiti, profittando di un ritorno al paesello più lungo del solito.

Organizzazione, si fa per dire: qui si parte con il treno dell’alba e si torna la sera tardi, con tempi morti notevoli e contando solo sui propri piedi per gli spostamenti sull’isola.

Il benvenuto a questa giornata tremitana il mezzo e mezzo lo riceve giusto all’alba, quando scopre che il treno che lo dovrà portare all’imbarco di Termoli viaggia con circa un’ora di ritardo, e che quindi ci si è alzati alle 4 di mattina per niente… L’esperienza dei treni espresso notturni, d’altronde, è per il nostro sempre densa di un sapore di tempi andati, neorealismo e viaggi della speranza che lo affascina: è l’incontro con “la ggente“, un concetto spinoso. Tra l’altro, l’anfibio scopre con stupore che “La Repubblica” è diventato per qualcuno una specie di “Pravda” light quando un suo compagno di scompartimento ammicca alla copia che ha in mano con un

“…e visto il giornale che hai comprato abbiamo già capito le tue simpatie politiche…”

Insomma, tra una cosa e l’altra si arriva a Termoli e si corre all’imbarco, si traghetta romanticamente affacciati al ponte cercando inutilmente forme di vita amiche con cui dialogare, infine si arriva al porto di San Domino, ed è già uno spettacolo. Peccato solo per il trambusto all’attracco: un mercato di gite in contrattazione su gommoni, acquataxi e barche assortite che, l’anfibio scoprirà, creano una sorta di primo e terzo mondo del turismo sull’isola. L’impavido (lo sprovveduto) dribbla orgoglioso la questua, dà un ultimo sguardo sprezzante alla folla di famigliole e gitanti assiepata sulla banchina e si incammina in netta controtendenza verso il cuore del paese di San Domino: ha deciso di fare il periplo dell’isola e profittare delle discese alle varie calette per godere delle bellezze acquatiche dell’isola.

Mappa dei sentieri, equipaggiamento spartano ma consono all’impresa e tanta determinazione: inizia la salita che lo porterà prima al paese, quindi (secondo il piano d’attacco) verso Cala del Sale, Cala degli Inglesi e infine i Pagliai, selezione suggerita da un Diving Center del posto. La prima parte del viaggio è ostica, la pendenza non indifferente e la calura notevole, inoltre la sosta prevista allo Scoglio dell’Elefante non è possibile perché la discesa a mare non c’è: guardando dall’alto lo spettacolo l’anfibio ha però un primo assaggio di quello che può offrire il posto; si mette bene.
La Cala del Sale è poco più avanti, per scendere c’è un ultimo tratto di strada leggermente scoscesa da percorrere ma poi si può finalmente entrare in acqua. Anche in questo caso c’è un isolotto roccioso a fronteggiare la caletta; l’acqua è in questo tratto non molto profonda, almeno sotto costa, ma basta allontanarsi di poco per acquistare profondità. I pesci se ne fottono di chi fa il bagno e delle numerose e fastidiosissime presenze di natanti, motoscafi e quant’altro in rapido passaggio poco distante: nuotano in branchi, la pezzatura è piccola ma l’effetto è notevole. La sosta dell’anfibio dura un paio d’ore, poi si rincammina verso la destinazione successiva; pranzo al sacco, naturalmente. Complice una leggera velatura del cielo, il percorso è questa volta più agevole, anche la pendenza è meno pronunciata (non che prima si fosse in alta montagna, però l’anfibio è animale di pianura, già tre scalini da salire sono fatica…), insomma in non molto tempo si arriva alla Cala dei Benedettini e da qui alla Cala degli Inglesi. Lo spettacolo è ancora più incantevole, l’acqua di un colore così chiaro e limpido da sembrare una piscina (impressione che ricorda all’anfibio Stintino, luglio 2008, bei tempi…), la profondità decisamente maggiore rispetto alla spiaggia precedente, così come la ricchezza della fauna marina. Nel percorso da una sponda all’altra della caletta l’acqua, nonostante la trasparenza, diventa molto scura e da ciò si può dedurre che la profondità oltrepassi i 20 metri; più avanti il nostro scorge invece un branco di pesci di dimensioni decisamente notevoli e che dall’aspetto sembrano dei barracuda. Barracuda! Meglio aumentare la velocità per raggiungere la costa, però che bella la compagnia di saraghi, tordi, castagnole, salpe! Sulle rocce lo accolgono ricci di mare e patelle, belli sì ma un po’ scomodi da avere in mezzo ai piedi quando si cerca di risalire dall’acqua. Come che sia, è decisamente una delle più belle passeggiate sott’acqua mai fatte (di apnea poca roba, siamo fuori forma).

Mentre il tempo inizia a stringere e l’anfibio si allucertola sul primo scoglio libero, la visione dei gommoni che sfrecciano all’orizzonte lo porta a interrogarsi sulla possibilità di un altro turismo possibile, meno caciarone e più rispettoso dell’ambiente (ecchecazzo, anche qui capita di nuotare in mezzo a buste e altri avanzi dei naviganti). Sarà forse che rosica perché lui la barca o il gommone non se lo può permettere (e in effetti qui come in altri posti la differenza tra chi arriva da terra e chi va per mare crea un’evidente divisione poveri/ricchi), però forse, anche se il gommone ce lo avesse, l’anfibio un briciolo di sensibilità in più l’avrebbe. Boh! Tra una pippa mentale e l’altra si fa l’ora di andare verso l’ultimo approdo prima del rientro: i Pagliai sembrano una meta improbabile, perché da terra non si possono raggiungere. Consigliato da un indigeno, però, il nostro non si arrende e arriva a un molo poco distante dall’attracco dei traghetti da cui potrà arrivare nuotando a questi scogli affioranti, nella parte in cui San Domino fronteggia l’isolotto del Cretaccio. L’acqua intorno al molo è decisamente meno invitante di quella vista finora, ma vale la pena affrontarla: superati pochi metri di leggero pantano il mare si fa nuovamente splendido, e l’area intorno ai Pagliai stupefacente: qui è la ricchezza dei fondali a stupire, e la presenza di numerosi saraghi (addirittura orate, possibile?) di pezzatura notevole.

L’esplorazione di crepacci e aperture, l’arrivo al fondo (sotto i 10 metri) e appunto la compagnia dei pesci sono ottima conclusione di una giornata che non può non essere un semplice antipasto di una vacanza a venire di almeno tre-quattro giorni, quando questi luoghi saranno meno affollati e le finanze dell’anfibio saranno messe meglio. Allora si potranno visitare anche le altre isole dell’arcipelago, e approfondire la conoscenza di tutti i posti in questa occasione solo assaggiati. Ci sarà un seguito, intanto è meglio sorvolare sul ritorno, trascorso fra attese interminabili, compagnie infelici e una più che giustificata stanchezza.
Sotto botta di: “Entre dos aguas”, Paco De Lucia; “Seya”, Oumou Sangare; “Macramè”, Ivano Fossati

3 aprile 2009

Il vino comprato è veramente pessimo, ma anche se il sapore è chimico la gradazione è quella giusta, e l’anfibio ne manda giù un paio di bicchieri mentre si aggiorna sullo stato delle cose. Guarda le notizie in TV e vede chi rappresenta lui e tutta la mia gloriosa stirpe di eroi e navigatori comportarsi da bifolco a un summit internazionale, con gli ammicchi, le faccine e gli schiamazzi.
Rutta con gioia e rumore per manifestare il suo dissenso, pensando a Tiberio Gracco, Muzio Scevola, san Francesco, Garibaldi e Gramsci che fanno ciao con la manina. Le sue coinquiline lancerebbero petizioni, raccoglierebbero firme o scioglierebbero i cani, lui no, addenta una caprese e sorride sereno.
L’adorabile nevrotica che frequenta (e che sfaccimm’, frequentarsi…) è altrove, va bene così. Si alza e si prepara per andare in giro tra la gente, un po’ Charlot un po’ sindacalista militante, a cercare musica. La trova, e la resistenza è qui: musicanti poco più che ragazzini, canzoni bastarde e strumenti del mondo, sono questi gli spazi liberati. “‘O munn’ è in mano a vuie/facitelo bbuon’”.
Si lascia cullare dalle note della ‘mbira, sente la splendida voce di una piccola ragazza napoletana intonare un canto yoruba e la terra diventa un cuore che batte, pompa sangue, colora e ravviva tutto. Il cervello è veramente una strana macchina: a volte se ne sottovaluta la velocità di reazione e l’importanza dei dettagli, fino a qualche giorno fa tutto sembrava grigio e tetro come il cielo di questa città e stasera non è cambiato niente, ma basta vedere la luna e sentire suoni.
Le previsioni annunciano brutto tempo, ma non è il momento di pensarci. “We free the people with music”, liberiamo le persone con la musica, lo diceva Bob Marley, c’è da fidarsi. La musica, le canzoni: l’anfibio ne ha la testa così stipata che ne escono fuori a pezzi come da una borsa troppo piena. Domani tornerà tutto come prima, stasera se ne va col cuore in pace, pensando all’anima del mondo che parla con la voce profonda di Coltrane: “a love supreme/a love supreme/a love supreme”… un amore supremo, a volte sembra quasi di arrivarci.
Sotto effetto di: “A love supreme”, John Coltrane, 1964; “Trenchtown”, Bob Marley, 1983; vino rosso assortito di gradazione medio-alta.

Bassa Toscana for dummies

Vista dalla Cala Grande, foto da Matteo Vinattieri, it.wikipedia.org/wiki/File:Cala_Grande_Monte_Argentario.jpg)

Vista dalla Cala Grande, foto da Matteo Vinattieri


Premessa
Se state cercate un’edizione aggratis della Lonely Planet o una Routard a sbafo, smettete di leggere. Questa guida non è stata pensata per i pionieri della frontiera, quelli che hanno fatto la Milano-Katmandù in bicicletta, che sono entrati in Portogallo dopo la caduta di Salazar o sono rimasti a Saigon dopo la cacciata degli americani (???). Il prontuario che segue è stato pensato per un’umanità minore, che non ha i soldi o le palle per una transoceanica, si perde a Bologna e, sotto sotto, un po’ schifa l’on-the-road, Kerouac, Terzani e l’escapismo a-la Salvatores, ma comunque anela alla sua porzione di Bellezza (con la maiuscola, ecchecazzo).
Dunque il proposito è quello di partire per una località amena, nella fattispecie la bassa Costa degli Etruschi e la Maremma, non avendo la minima idea di come muoversi e potendo contare solo sul chilometraggio (quasi) illimitato di una macchina a metano, una robusta dose di buona volontà e, soprattutto, sull’aiuto dei Numi. Stanti le premesse, come godersi la vacanza e, insieme, limitare i danni? Vamos a ver.

Si parte?
Chi scrive non crede molto a una pianificazione dettagliata del viaggio: l’esperienza gli ha insegnato infatti che (almeno nel suo caso), le informazioni ricavate in remoto possono essere inesatte, datate o non adatte a lui. Meglio quindi munirsi di una cartina geografica dettagliata (ideale quella delle guide ai distributori di metano) e affidarsi ai locali per tutto quello che la cartina non dice (luoghi, cibo, svaghi, drog…oops!).
L’equipaggiamento dovrà essere invece quanto più ampio possibile: vista la precarietà della situazione, occorre prendere in considerazione il più ampio ventaglio di opzioni possibili, dal pernottamento in macchina all’arrivo di un nubifragio; ovviamente, stipando la macchina in questo modo e avendo l’aspetto consueto, è bene evitare di portare con sé droghe o altre sostanze illecite, evitando così di concedere un trastullo ai quei buontemponi delle forze dell’ordine e risparmiando tempo prezioso.

Si parte!
Fissata la sveglia a un orario umano (mettiamo le 5 antimeridiane), non resta che alzarsi, (lavarsi?) vestirsi e mettersi in moto: un esame del bagaglio potrebbe risultare controproducente, vista l’ora e il quasi certo stato di rincoglionimento, pure vanno controllati fondamentali quali patente, soldi e cellulare. Sorvolando sui dettagli del viaggio, che con l’aiuto di una cartina si potrà portare a termine efficacemente (ma ricordando di non consultare la suddetta cartina quando si sta viaggiando a più di 120 km/h, pena fastidiosi inconvenienti), inizia la parte più delicata, cioè la…

Caccia al tesoro
Una postilla alla premessa: anche se si è in cerca di bellezza selvaggia, natura incontaminata e paesaggi da Laguna blu (e la costa toscana li può offrire), occorre tenere in debito conto la propria incolumità. Il consiglio è quindi quello di fissare obiettivi raggiungibili: niente baie da raggiungere mediante sentieri che solo gli indigeni conoscono, né impervie camminate in località in cui le tracce della presenza umana si riducono a preservativi usati nel 1983 e cartucce sparate da cacciatori di passaggio. Il rischio, in questi casi, è quello di trovarsi come Prometeo bloccati su uno spuntone roccioso a 10-15 km dal mare e a una distanza incalcolabile dal sentiero che si voleva raggiungere (ed è vero che il panorama da lì è fantastico, però…).
APT, Pro Loco e uffici informazioni turistiche: smaltiti i furori iconoclasti della gioventù, è il caso di riconoscere l’importanza delle istituzioni nell’indirizzare il popolo bue verso la felicità che gli è stata preparata. A questo proposito, chi scrive si concede un piccolo spot promozionale e consiglia l’ufficio Informazioni di Porto Santo Stefano, nel territorio dell’Argentario: accolti da una florida impiegata (che sa come valorizzare il generoso decollète), si verrà indirizzati a cale e spiaggette di questo incantevole territorio mediante opuscoli esaustivi arricchiti da un foglietto in cui si indicano puntualmente i percorsi da fare, le strade da seguire e i riferimenti da tenere presenti.
Armati di tanta mole di informazioni, anche i più sprovveduti riusciranno a portare a termine il proprio progetto di vacanza in tempo utile.

E adesso?
Anche se a questo punto sembra arrivato il momento di tirare i remi in barca (è proprio il caso di dirlo…) e rilassarsi, altre insidie possono palesarsi. La tentazione suggerisce infatti di visitare quanti più posti possibili nel poco tempo che si ha a disposizione, non tenendo in conto gli ostacoli al percorso, il traffico né, tantomeno, l’umana fatica. Meglio quindi limitare le tappe a un massimo di 3 per giornata, in modo da poter godere appieno di ciascuna.

Cala del Mar Morto, foto di Dathon, Flickr, www.flickr.com/photos/dathon/2765234066/)

Cala del Mar Morto, foto di Dathon

Evitando orari e periodi di forte affollamento come la metà giornata e i mesi estivi (ma sempre evitando, beninteso, di ritrovarsi nella situazione naufrago su isola deserta), si potrà godere in quasi totale solitudine della propria porzione di Bellezza e, se di Argentario si parla, ammirare la ricchezza di fondali frastagliati quali quelli del Mar Morto o la maestosità della vista che si gode da Cala Grande. Ogni opzione è a questo punto possibile, dallo scendere attrezzati di muta e pesi (ché se si sono scarrozzati finora su ripidi sentieri tanto vale usarli) a giocare con i pesci al vivere la propria personale versione dell’Eden sollazzandosi in totale nudità sopra, intorno e sotto il mare. Buon divertimento!

Note conclusive; cui prodest?
Ci si domanderà: e dove si dorme?quanto tempo si rimane? cosa si mangia? La risposta a queste domande è quantomai soggettiva; chi scrive, per esempio, è in effetti un po’ tirchio, quindi ricorrerà al pranzo a sacco confezionato dall’alimentari o in supermercato, sceglierà in funzione delle proprie finanze se dormire in macchina o concedersi il lusso di una permanenza in albergo (1 stella massimo, preferenza all’affittacamere, i B&B sono borghesi…) e, infine, in base alle proprie forze quanto rimanere.
L’importante è a questo punto che, fissato il ritorno, ci si incammini verso casa tenendo fissati bene nella memoria i posti visitati e le esperienze fatte, pronti a raccontare tutto alla sventurata di turno.
A Lei si avrà cura di riferire, omettendo i dettagli più penosi ed esaltando le circostanze più fauste, quanto il viaggio sia stato bello ma, soprattutto, quanto sarebbe stato più bello se lo si fosse fatto in sua compagnia….

Pausa caffè

Le 10. Ancora nessuno.
Percorre lo stretto e tortuoso corridoio che si apre all’ingresso, dà l’affaccio a tre-quattro ufficetti e termina in amministrazione. Raggiunge la seconda stanza a destra, poi la scrivania, si toglie la giacca e siede. Aspetta.
Le hanno detto che questa mattina finalmente potrà avere un incontro con il responsabile di redazione, è già qualche settimana che lo chiede, le cose non vanno come dovrebbero; nello slang degli uffici si dice che dovrà “confrontarsi” con lui.
Parola di merda. Il vero confronto lo sta già avendo con tutti, qui dentro, e non è il proficuo scambio di opinioni che tanto incrementa la produttività nelle aziende. è una guerra di trincea, un logorarsi per vedere chi molla per primo, e contraddice tutti i bei discorsi che le avevano fatto all’università quelli dei collettivi: la necessità di essere solidali tra sfruttati, la naturale solidarietà che il lavoratore avverte nei confronti del suo simile, la differenza quasi antropologica che separa entrambi dal datore di lavoro, il padrone.
Palle. Scopre la falsa coscienza borghese quando pensa al cugino metalmeccanico e al candore con il quale affronta le sue otto ore di fonderia, le mangiate e le bevute che si fanno al turno di notte, le uscite a caccia nei fine settimana. La semplicità dell’uomo massa la affascina e la atterrisce, come laureata e (ex?)militante dovrebbe insegnare a quella gente che no, la fonderia è un lavoro di merda ed è vigliacco e criminale ricordarsene solo quando ci scappa il morto, mentre gli altri giorni sono calendari di zoccole negli armadietti e pacche sulle spalle coi capisquadra. Dovrebbe ma non ci riesce ora che comincia ad arrivare qualcuno in ufficio. Invidia suo cugino, il popolo tutto, davanti alla processione che si snoda nello spicchio di corridoio inquadrato dalla porta della sua stanza: le bocche si muovono in un sorriso glaciale e finto, gli occhi guardano dritto cercando di evitare il più possibile gli sguardi degli altri, l’andamento è quello rigido e un po’ a scatti di chi ha scoperto di avere un bastone infilato su per il culo, ma che tutto sommato va bene così, poteva finirci una trave.
Che vi hanno fatto, compagni? L’hanno lasciata sola a parare la merda a secchi di ogni giorno, attenti solo che gli schizzi non macchiassero il sorriso da servi, hanno fatto in modo che sembrasse lei quella strana in ufficio; quando poi si è saputo che stava per mollare, che aveva parlato con il direttore dell’ufficio personale, si sono rilassati: ora capita più spesso che qualcuno venga alla sua scrivania, “ufficio stampa” è la targhetta sul tavolo, e che le conceda una chiacchierata, scrollandosi di dosso i sensi di colpa.
Nella fauna che abita le sterminate praterie del terzo settore si trova di tutto: qui lei ha conosciuto ultrà con l’accento americano e i maglioni regalati dalla mamma, vecchi rottami del socialismo reale emiliano, dirigenti dall’aspetto pacioso che commemorano Peppino Impastato mentre stringono la mano ai peggiori affaristi della città, addirittura comunicatori d’assalto convinti che la redazione di questo ufficetto sia il punto di partenza di un luminoso cammino giornalistico; non ha trovato una sola persona disposta a darle retta.
Nei mesi d’inverno andava al lavoro come a un esame, attenta a non concedere niente, ligia alle consegne e agli ordini impartiti, affabile ma discreta, propositiva e non invadente, una su cui contare. Poi si è rotta i coglioni, e ha deciso che non è il caso di dare sei ore al giorno a qualcosa che non le ritorna niente. Ha cercato di trovare nuove mansioni, in fondo quattrocento euri sono sì una miseria ma una miseria dignitosa, così le hanno affidato un nuovo incarico nell’area redazione di un progetto cooperativo, sempre gestito da loro.
Si tratta di una di quelle iniziative in cui si vedono ragazzi con lo zaino Invicta in scenari esotici: vanno ad aiutare poveri libanesi, palestinesi, brasiliani, sudanesi… Chiunque abbia un po’ di spazio per ospitarli e tempo a disposizione per fargli vedere le loro meraviglie nascoste è un obiettivo, e quanto potrebbero fare se non venissero oppressi dal ricco Occidente!
Sulle buone intenzioni dei ragazzi con l’Invicta si sono edificate fortune, ma i poveri sono rimasti poveri, a volte intuiscono che i suddetti ragazzi sono parte del loro problema, più che della soluzione, però poi gli va bene lo stesso, per vivere c’è tempo quando si deve sopravvivere. Lei voleva essere uno di quei ragazzi prima di iniziare questo lavoro. Adesso si scopre più affine a Feltri che a Vauro sull’argomento, nonostante l’inestinguibile odio che nutre per il primo e l’ammirazione incondizionata che prova per il secondo.
Pagheranno caro anche questo.

10:30. L’ufficio si è popolato, ormai, ma del gran capo ancora nessuna traccia. In corridoio sente i tacchi della Emi, la sua segretaria, e decide di chiederle notizie. Si avvicina alla porta e la chiama. La tipa si gira e le rivolge un sorriso radioso, come un’amica che non vede da anni. In realtà si erano quasi incrociate prima, nell’androne, ma avevano fatto reciprocamente finta di non vedersi. Gira voce che la Emi abbia il vizietto di tenere le cosce un po’ troppo aperte, specialmente in area direzione, e stamattina aveva probabilmente una colazione galante con qualche capetto di qui dentro.
Chiede notizie di Luca, il gran capo, e ne ricava la fondamentale informazione che il tipo sta arrivando, è solo rimasto imbottigliato nel traffico. Guarda la segretaria molto personale del suo responsabile dirigersi verso l’ufficio, poi torna alla sua scrivania.
Considera gli altri. Molti qui sono in trincea come lei, e non l’hanno aiutata perché pavidi. Altri no, gente come la Emi o il suo compagno di stanza, il giornalista, qui ci giocano a Risiko. Non sono carne da cannone, sono strateghi, e per loro la guerra si fa con la sottile arte del tessere trame e accordi, annusare l’aria che tira e riconoscerne gli odori. Loro non sono nervosi e tirati come gli altri, ma hanno movimenti sinuosi e sorrisi aperti, affilati come quelli delle iene. Quando li sente parlare davanti alla macchinetta del caffè hanno oratoria sciolta e battuta veloce, conversazione leggera e ficcante: i nomignoli sugli altri abitanti di questo universo concentrazionario li tirano fuori loro per primi.
Uno degli esemplari più tipici di questa nuova specie ce l’ha proprio di fronte, adesso. Il suo compagno di stanza è entrato con un saluto veloce, rivolto più che a lei alle pareti, poi ha acceso il computer e ha controllato la posta. Hanno lavorato alla stessa rassegna prima che lei fosse spostata ad altri incarichi, e in quel periodo ha subito tutto il fascino mondano di questo giovanotto che ora conversa amabilmente al telefono. Hanno fatto sesso insieme, un paio di volte, poi si sono stancati l’uno dell’altra. Da un pezzo il suo rapporto con lui è più congelato di quello che ha con gli altri colleghi, eppure ogni tanto capitano fiammate di cordialità, quasi di gratitudine per il piacere che si sono regalati.

Le 10:45. Il gran capo tarda ancora. NON può affrontare la battaglia campale con la voce ancora arrochita dal sonno e gli occhi pesanti. C’è bisogno di un caffè, ma con quale compagnia? Affrontare da soli i capannelli di colleghi davanti alle macchinette può essere un’esperienza devastante, e stamattina non se lo può permettere. Spera che il collega ed ex-amante sia in un momento buono, si alza, sciorina il suo falsosorriso migliore e si dirige verso la scrivania. Si riavvia i capelli, poi si piega in avanti e con disinvoltura chiede: “Pausa caffè?”

…che se a terra va male almeno ci si può tuffare in acqua