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Sei canzoni da ascoltare tutte in un fiato

Musica per apnea… O meglio, una personale selezione di brani che possono ben disporre a un’immersione in mare. Suoni, si spera, il più possibile distanti dalla new age da sala d’aspetto, anzi in diversi casi piuttosto terreni per i temi e l’attitudine. Mancano alcuni classici del suono “acquatico”, per esempio il John Surman splendidamente usato da Crialese in “Respiro”, come anche lo strampalato Bowie in portoghese interpretato da Seu Jorge ne “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, e probabilmente molto altro, ma, alla fine… chest’è.

Musica per apnea Seu Jorge

Le avventure acquatiche di Steve Zissou: Seu Jorge canta David Bowie

Nel dettaglio

1. OMAR SOSA “A Love lost”, da “Ilé”, 2015. Brano ipnotico, avvolgente e sensuale, come la musica di Sosa nei momenti migliori (vedi nella più recente collaborazione con Seckou Keita). Ottimo per allenare l’apnea statica a secco.

2. HINDI ZAHRA “Dream”, da “Homeland”, 2015. Sottilmente psichedelico, tra Kate Bush e i Pink Floyd nel crescendo. Il disco è uno dei migliori esempi di pop globale degli ultimi anni. Indicato, tra l’altro, per gli esercizi di stretching polmonare.

3. JAMILA WOODS, “Holy”, da “Heavn”, 2016. Singolare esempio di urban r&b leggerissimo, quasi etereo nei suoni, ma molto pesante nelle parole. Temi come la brutalità poliziesca e il razzismo negli Stati Uniti. Poco adatta come musica per apnea, quindi. E però, “Holy” è un ottimo mood setter: “woke up this morning with my mind/set on loving me“. Anche altri passaggi, vedi “LSD” con Chance The Rapper hanno un buon effetto sull’umore.

4. BONOBO ft ANDREA TRYANA “Stay the Same”, da “Black Sands,”, 2011. Elettronica raffinata e downtempo, cinematica e d’atmosfera. Molto adatta come sottofondo per filmare le evoluzioni in mare, se vi piace scendere con GoPro e simili (è stato già fatto qui, per esempio).

5. BLUNDETTO “Work”, da “World of”, 2016. Uno dei migliori brani dell’ultimo periodo marleyano riletto con i bassi a manetta da Blundetto con l’aiuto di Jahdan Makkamoore. Funziona benissimo per abbassare i battiti cardiaci, come tutta la produzione blundettiana, o per rilassarsi a conclusione di un’immersione.

6. PINO DANIELE “Stella nera”, da “Musicante”, 1984. Non musica per apnea intesa come attività sportiva, ma un puro e dolcissimo quadro di vita di mare. “Maronn’ e cumm’è futa/ca nun se ver’ o funn’/ me manc’ o sciat’ e scenn’ / e intanto teng’ ment‘”. Da “Musicante”, forse non il miglior disco di Pino Daniele ma uno dei più maturi e coerenti, il più “mediterraneo”. E poi, quello che si chiude con “Lazzari felici”.

Cinque motivi per visitare una splendida e molto affollata isola thailandese, cinque per starsene a casa, e cosa aspettarsi dall’apnea a Koh Tao.

Koh Tao?

Apnea a Koh Tao: dove si trova l'isola

Koh Tao e Thailandia: mappa By Globe-trotter

Si tratta di una piccola isola dell’arcipelago di Mu Ko Samui, nel Golfo di Thailandia.  Nello stesso arcipelago si trovano la più grande Koh Samui e Koh Phangan, famosa per gli sfrenati full moon parties. Koh Tao è celebre invece, principalmente, per le spiagge da sogno, la rigogliosa fauna e flora tropicale, il costo ridotto della vita, l’affollamento di turisti… e da qualche anno per una serie di morti sospette di occidentali.

Partire o starsene a casa?

1 +: Le spiagge da sogno

L’isola può davvero sembrare un paradiso terrestre, specialmente nei suoi angoli più nascosti. Parzialmente coperta dalla foresta tropicale, offre baie rocciose, lunghe spiagge di sabbia e altre splendide opzioni.

1 -: Le spiagge da sogno

Quelle più attrezzate (vedi Sairee Beach) sono trafficatissime, a volte sporche e possono deludere assai, specie in una giornata di acqua torbida (la visibilità sott’acqua, comunque, non è eccezionale, generalmente dai 10 ai 20 mt.). Alcune spiagge sono poi a ingresso limitato e a pagamento.

2 +: La rigogliosa fauna e flora tropicale

La parte interna dell’isola è coperta da una rigogliosa vegetazione tropicale, con sentieri e angoli suggestivi. Sott’acqua, poi, ci si può imbattere in squali (+ o – innocui), pesci balestra, razze, tartarughe e molto altro. Anche la barriera corallina offre tratti molto suggestivi, specialmente nella zona ovest dell’isola.

2 + bis. Un capitolo a parte è quello degli squali balena, che in quest’area del Sud-Est asiatico sono particolarmente comuni: per chi vuole avere un incontro ravvicinato con questi maestosi, e innocui, giganti del mare Koh Tao è sicuramente un’ottima scelta.

Squali balena, comuni a Koh Tao

Una buona ragione per fare apnea a Koh Tao…

2 -: La rigogliosa fauna e flora tropicale

Per quanto riguarda la foresta, molte strade sono in cattive condizioni, e si circola più che altro in scooter (anche con discreto rischio viste le pendenze); a piedi si può mangiare parecchia polvere. Per quanto riguarda il mare, l’intenso sfruttamento turistico ha compromesso in parte l’ambiente sottomarino, specie la copertura corallina. Per quanto riguarda la fauna subacquea, infine, gli squali sono principalmente del tipo “da barriera” e vi ignoreranno se non li stuzzicate, mentre è bene diffidare dei pesci balestra. Molto belli da osservare a distanza, possono rivelarsi infatti parecchio aggressivi!

3 +: il costo ridotto della vita

Per un europeo i prezzi sono decisamente abbordabili, e un piatto del tipico pad thai può costare meno di 2 euri.

Pad Thai in Thailandia

Oltre l’apnea a Koh Tao: street food e molto altro...

Anche per affitti, annessi e connessi, cercando un po’ si trovano prezzi più che buoni. Per i corsi sub o apnea si trovano pacchetti tutto incluso, corso + sistemazione, davvero convenienti.

3 -: il costo ridotto della vita

Più cresce la domanda, più cambia l’offerta, e oggi Koh Tao è sicuramente meno abbordabile di 5-10 anni fa. Inoltre, a parità di prezzo è diminuita in alcuni casi la qualità dell’offerta.

4 +: L’affollamento di turisti

Koh Nang Yuan e Koh Tao

Koh Nang Yuan o la Riviera romagnola?

Vere e proprie colonie di spagnoli, inglesi e australiani passano qui le loro vacanze. Imparare il thai non è fondamentale, anzi, ci sono resort e diving “in lingua” (spagnolo, russo, non risulta invece l’italiano) e quindi c’è caso che non si debba neanche mai passare per l’inglese. La ‘presenza di turisti perlopiù giovani rende poi l’isola molto vivace per quanto riguarda vita notturna ecc.

4 -. L’affollamento di turisti

…quindi frizzi lazzi e schiamazzi anche quando non servirebbero e una generale tendenza allo sfruttamento intensivo delle risorse. Corsi  standardizzati, massificazione dell’offerta (vedi le gite in barca verso gli isolotti vicini) e un carico di persone che potrebbe rovinare per sempre il delicato equilibrio dell’isola.

5+: Le morti sospette di occidentali

Beh, questo è difficilmente un motivo per visitare l’isola. Di tutto il parlare che si è fatto (anche in Italia) dei casi in questione, resta comunque da dire che non ci sono vere evidenze a supportare la tesi dell'”isola della morte” che resta, fino a prova contraria, allo stato di supposizione.

5 -: Le morti sospette di occidentali

La copiosa affluenza di turisti perlopiù giovani rende fisiologico un aumento della criminalità. Detto naturalmente senza entrare nel dettaglio della tesi “isola della morte” di cui sopra. Chi scrive non ha mai comunque avuto la sensazione di essere in pericolo di aggressione, furto o altro sull’isola. C’è anche da dire che chi segue un corso di apnea ha generalmente ritmi e abitudini diverse dal turista medio (ma forse anche da uno scuba diver) e, per dire, difficilmente può permettersi di fare baldoria fino a tardi la sera.

Conclusione: Cosa aspettarsi da un giro in apnea a Koh Tao

In conclusione, i fondali e l’isola stessa valgono una trasferta così impegnativa? Per chi scrive sì: il posto è oggettivamente magnifico, ci sono diverse scuole qualificate per fare corsi, allenamenti mirati o semplici escursioni, e la fauna sottomarina merita un incontro. La visibilità, è vero, non è quella sbalorditiva di altri luoghi, e le profondità non sono troppo impegnative (difficile arrivare ai 40 metri se si rimane intorno all’isola), ma ci sono comunque molti siti eccellenti. Nei mesi da marzo a maggio, poi, le possibilità di incontrare squali balena sono più alte e questo aggiunge molto fascino a un tuffo sott’acqua. In generale, ce n’è d’avanzo per restare soddisfatti: insomma, un viaggio e un’esperienza da provare.

 

N.B.: Altre guide for dummies qui e qui.

E poi, cos’è successo? Ci si ricorda di avere un blog, una vita dopo aver scritto l’ultimo post, e nel frattempo è cambiato tutto. La nozione stessa di Blog diventava vintage, le versioni di Web-Internet-quellacosalà crescevano come la nipote di chi scrive e insomma tutto cambiava parecchio, anche, ma va? la musica hip hop.

Capita così che il sottoscritto, abituato a una versione già di suo old school d’ìppop, in sostanza la perfezione di A Tribe Called Quest, si ritrovi spiazzato di fronti ai nuovi suoni digitali e alla maniera di parlarci sopra (trap e suoi derivati?). Ci sono naturalmente diverse eccezioni, ma per tornare al titolo non ci si vuole qui nemmeno avventurare troppo nelle varie distinzioni su chi o cosa sia musica hip hop, oggi, ché quella cultura la si è sempre frequentata come occasionali, anche se affezionati, avventori.

Tutto questo per dire del sollazzo che ancora si riesce a ricavare da un paio di cose uscite nell’anno di grazia 2017: quelle situazioni in cui per un attimo ci si illude di partecipare ancora dello Zeitgeist odierno e non di osservarlo invece affacciati alla porta, come in una memorabile scena di Ecce Bombo.

Si parla allora qui di “The Iceberg” di Oddisee e “Laila’s wisdom” di Rapsody, l’uno e l’altra non esattamente dei novellini ed attivi già da qualche tempo, ma, insomma, decisamente più freschi e giovani di chi scrive.

Samples? Di seguito le scelte più facili, nell’ordine “NNGE” di Oddisee

e “Power” di Rapsody (accompagnata – ma non nel video – da sua eminenza K.dot, Kendrick Lamar)

Cos’hanno in comune i due dischi (album, sì, insomma, quella roba là…)? Come si nota anche a un primo ascolto un suono molto caldo, groovy, rotondo. Per Oddisee questo significa suonato spesso con strumenti live (e in effetti è uscita da poco anche un live album dell’artista con band, i Good Compny). Per Rapsody ciò implica il ricorso a un produttore come 9th Wonder.

Groove, calore… soul: se Rapsody ha probabilmente il santino di Ms Lauryn Hill sul comodino di casa, in Oddisee si nota l’uso ripetuto di coretti piacevolmente appiccicosi (vedi “NNGE”, a proposito di TribeCalledQuest). Altro fattore comune è poi  l’attenzione ai testi e al modo in cui si racconta, a quello che va (andava?) di moda dire storytelling. C’è infatti il tentativo di uscire dai soliti cliché soldi-droga-vitaesaggerata: c’entra forse il fatto che entrambi gli artisti arrivino da circuiti periferici (Washington per Oddisee, la Carolina per Rapsody) rispetto ai consueti epicentri della musica hip hop?

Insomma, due ottimi ascolti per questi tempi freddi, aria nuova e speranza di vedere due buoni live nel prossimo futuro.

Un altro assaggio? Chi scrive suggerisce almeno anche Digging Deep del primo

e “Nobody” della seconda o la più funkettona “Pay up”

Dalla radio francese FIP sono già usciti dischi (quanta antichità in questa parola…) da tenere d’occhio, registrazioni di concerti tenutisi negli studi dell’emittente da Omar Sosa, per esempio.
In questo caso il Live à FIP riguarda Lila Downs, bella donna (ebbè…) e voce possente cresciuta on the border tra Stati Uniti e Messico, in senso stretto, in senso lato una delle portavoci più note di quella musica mestiza che da ormai più di vent’anni cerca di dimostrare che, alla fine, todos somos uno.
Concetto spinoso, questo, perché si presta a edulcorazioni stile Benetton o a un volemose bbene da oratorio. L’anfibio rimane comunque affascinato dall’idea che possa esistere una produzione “media”, diciamo pop, che non parli solo la lingua dei gringos ma che includa suoni e temi di altra derivazione e, pur riconoscendo un’estrema variabilità dei risultati, continua ad ascoltare con piacere quella che, confusamente, si può ancora definire world music.
Che ora abbiamo fatto? Insomma, al termine di questo pistolotto iniziale, che dice questo Live à FIP?
A un primo ascolto c’è un po’ di delusione per la voce della Downs che, tanto su disco è versatile e potente, tanto in questa registrazione dal vivo appare in diversi casi tremolante e incerta o, in alternativa, spinta verso gorgheggi un po’ stucchevoli.
Riascoltando i brani, comunque, la sensazione si affievolisce e il disco cresce tanto che, dopo due settimane di ascolto, è ormai entrato nell’heavy rotation dell’anfibio e non accenna ad uscirne.
Merito di un gruppo che macina ritmo e melodia con energia e perizia, di canzoni in diversi casi veramente belle (ci sono diversi brani tradizionali) e a ogni modo sicuramente coinvolgenti e orecchiabili, comunque di buoni interpretazioni della Downs.
I pezzi forti? La linea, che dal vivo diventa una specie di samba-reggae sotto peyote, il ritmo contagioso e sbilenco de La iguana e Los pollos, una interpretazione gioiosamente caciarona de La cucaracha che si fa perdonare anche l’imperdonabile, cioè le due strofette di rap d’ordinanza.

Que un niño de ojos de luna/Palabra de flor cantó:
“Este mundo material/Solamente es pasajero”
La linea

E poi c’è il melodramma: splendida l’interpretazione de La sandunga, brano antico di secoli e qui riproposto in maniera struggente, poi un tradicional come Paloma negra (cantata anche da Chavela Vargas), più sornione ma ugualmente riuscito, e ancora Naila, altra struggente storia d’amore perduto e affogato nel bicchiere di una bettola (e sarà che l’anfibio è ancora sensibile al tema…).

“Naila, di porque me abandonas/Tonta, si bien sabes que te quiero
Vuelve a mi, ya no busques otros senderos
Te perdono, porque sin tu amor/Se me parte el corazón”
Naila

Insomma, al di là delle obiezioni di principio e della ricerca del pelo nell’uovo (un po’ più deboli sembrano i pezzi tratti dall’ultimo Ojo de culebra), il disco fila che è un piacere e si fa ascoltare e riascoltare e riascoltare; quasi viene da prenotare i biglietti per i prossimi concerti…
Consigliato se:
si ha voglia di cantare in macchina;
pur apprezzando l’attitudine festaiola di Gogol Bordello et similia, si ha ancora voglia di sentire suonare e cantare per bene;
si vuole perfezionare lo studio della lingua spagnola senza passare per Fabio Volo;
si crede ancora che la musica sia naturalmente antirazzista…

“Siguo creyendo/que lo malo acabe/
que lo bueno viene/la consciencia te llama…”
Justicia


Fite dem back, Linton Kwesi Johnson
gli spaccheremo la testa/perché non c’è niente dentro

N.B.: il testo sotto è stato scritto nel 2010, ma chissà come mai suona ancora attuale…

Poco dopo il risveglio dal letargo (vedi post precedente), capita di trovarsi sulla strada di grande comunicazione FI-PI-LI, con la radio accesa per compagnia. Siamo nel tempo in cui si può ancora trovare soddisfazione da una giornata al mare, senza disperderla tra code in autostrada, ricerca di parcheggi e gomitate per un posto in spiaggia.
Sia come sia, una pubblicità alla radio a un certo punto promuove disinvoltamente una nuova iniziativa editoriale: il quotidiano Libero, pare, allega alle sue copie in edicola i CD con i discorsi del Duce.

Comunicazione e propaganda: il cinema e i cartoni animati contro il nazifascismo

The Ducktators (1942)

IDISCORSIDIMUSSOLINIMANNAGGIACRISTOINCROCE!
Ora, gli astratti furori di gioventù sono passati da un pezzo per chi scrive, e al momento non si è molto attivi politicamente. Eppure, questa magia della comunicazione per cui una pubblicità che si richiama alla CapadiMorto passa con la stessa naturalezza della réclame a un dentifricio o un nuovo deodorante per le ascelle rischia di fargli perdere il controllo dell’auto.

 

Cazzarola, si dice, ma qui stiamo già un pezzo avanti, o meglio indietro: i discorsi del Duce, quando ero piccolo, li ascoltavano clandestinamente i coglioncelli della mia classe quando andavano in gita. In alternativa la memorabilia del Ventennio si poteva trovare alle feste dell’MSI o in qualche  mercato di cianfrusaglie, sempre se qualcuno non era intervenuto a farla sparire.

Problemi di comunicazione: il "fasciocomunista" Germano

Elio Germano, “Mio fratello è figlio unico”

Insomma, almeno in piazza e nella comunicazione di massa giustamente si aveva pudore a richiamarsi al fascismo. Lo si ricollegava giustamente a un passato infame, da rievocare al massimo tra iniziati o nelle chiacchiere da bar. Che, ora, un giornale a tiratura nazionale pubblichi e reclamizzi questa roba vuol dire alcune cose:
– si è persa la memoria del passato, o meglio si è perso interesse a ricordarlo, e la colpa è anche di chi di quel passato doveva tramandare le storie, e l’ha fatto ammosciando le palle a tutti;
– la nuova classe dirigente è padrona, e si sta prendendo tutte le rivincite. Come bambini cazziati dai più grandi che tornano con il cugino che mena a proteggerli, la pseudo-intellighenzia di questo governo da operetta sente che può fare il cazzo che gli pare e infierisce. Si legittimano le cose peggiori con l’alibi dello share e del tanto-è-tutto-uguale: perché contestare la scelta di Libero se ilManifesto pubblica gli scritti di Che Guevara? Eccetera eccetera;
– mentre gli eredi politici diretti cercano in qualche modo di smarcarsi da un’eredità ingombrante, nella comunicazione pubblica trionfa il fascismo-chic. C’è la suoneria del cellulare di Lele Mora con “faccetta nera” o Corona che si candida con Forza Nuova. C’è il busto di Mussolini sulla scrivania di Feltri e la croce celtica portata con disinvoltura al collo dal sindaco di Roma Alemanno.
Che fare, allora?
Continua…

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Dopo il letargo

In: A terra

22 Mag 2010

Scena:
La riduzione televisiva di una delle migliore commedie di Eduardo, Napoli milionaria.
Prima della battuta epocale che chiude il testo, quella della nottata che deve passare, la moglie Amalia si guarda intorno come se vedesse tutto per la prima volta: “Che è successo…“.
Si sta svegliando dall’illusione dei soldi facili, della bella vita che ha fatto grazie al contrabbando e all’occupazione alleata di Napoli, quando, secondo lo scrittore La Capria, la città era diventata “una specie di Saigon mediterranea”.
Ora, la morale del testo di Eduardo può anche essere reazionaria, se vogliamo (il marito che riprende il posto di capofamiglia e sistema le cose, oppure il ritorno all’ordine dopo la speranza di un cambiamento della propria condizione), ma il fatto è che NON vogliamo.
Nel finale di Napoli milionaria c’è l’umanesimo neorealista, la speranza forse ingenua di una nuova vita, più dignitosa e giusta. Poi c’è la bravura degli attori e del regista, certo, i loro volti dolenti (i segni del tempo sul viso di Eduardo e la fierezza del volto di Regina Bianchi), c’è questo e molto altro.
Sia come sia, al ritorno al blog dopo una lunghissima pausa, un letargo tracimato oltre i limiti come l’inverno appena trascorso si è mangiato mezza primavera, l’anfibio si sente un po’ come l’Amalia di cui sopra. Si guarda intorno e continua a domandarsi: “Che è successo?
Ne sono successe e ne stanno succedendo molte: alcune cose lo riguardano molto da vicino, altre sembrano più distanti ma in realtà non lo sono. Deve ancora prendere le misure di tutto questo, ma in qualche modo ce la farà, non ne dubitiamo. Per il momento è tornato al suo blog, ed è già qualcosa.

Scritto sotto effetto di: Tg1 delle ore 13.30; comizi deliranti di tristi antiabortisti in Piazza Maggiore; segni dell’apocalisse che si avvicina.

Cos’era, la voce, il carisma, ‘a cazzimm’….
“Cancion con todos”, sottotitoli in portoghese (ma se ne potevano mettere molte altre).

  • Commenti disabilitati su Mercedes Sosa, “la negra” (1935-2009)

Simm’ turnat’

In: Nell'aria

2 Ott 2009

“In galera ci stanno innocenti e colpevoli, ma il Cavaliere non c’è mai”                                                                            ‘o Zulu, 1/10/2009

Ritorno dei 99 posse sulle scene, a diversi anni dalle ultime esibizioni, e ritorno a Bologna. La folla al TPO è quella delle grandi, anzi grandissime, occasioni: stipata all’inverosimile dentro lo stanzone location del concerto si trova una fauna piuttosto varia, ma in prevalenza composta da universitari + o – imberbi; non mancano tuttavia habitué del posto, vecchi aficionados del gruppo e loro conterranei (qui più per una questione di identità territoriale  che per effettiva affinità musical-politica) e addirittura, in lontananza, si intravede la figura dell’anfibio.  Si tratta in realtà di una silhouette piuttosto stilizzata, compressa com’è nella bolgia del locale, però è sicuramente lui, presente forse per ribadire un’appartenenza ormai sbiadita, fare il punto della situazione e, massì, divertirsi un po’.

Introdotta da un cazzutissimo preambolo di un tippione, la formazione fa finalmente il suo ingresso sul palco: manca Meg, per il resto le facce sono a occhio le stesse del periodo Corto circuito/Vida que vendrà.
“…con questo primo pezzo vi introdurremo dolcemente al mondo della 99 posse”, inizia ‘o Zulu, parte Rigurgito antifascista e al TPO inizia la lotta greco-romana: chi scrive non trova altro termine per definire quello che succede sotto il palco, perché c’è così poco spazio che non si riesce neanche a saltare, e quindi il movimento è a ondate, con corpi sudati all’inverosimile che scivolano in-a-capitone-style gli uni sugli altri. Per una buona mezz’ora va avanti così: sul palco si alternano pezzi più o meno recenti, sotto si ondeggia avanti e indietro, attenti a non comprimere troppo chi sta intorno ma anche a non farsi schiacciare a sottiletta dai vicini.

L’acustica è quella che è, il gruppo non ha mai brillato per raffinatezza musicale e Zulù non è mai stato una gran voce (però che cazzimm’, ancora adesso!), inoltre la mescolanza di strumenti elettronici con basso, batteria e percussioni crea un discreto pastone e spinge i pezzi su canonici beat in 4/4 decisamente poco esaltanti; questa però è la fredda cronaca musicale, e conta veramente poco nel caso del gruppo in questione.

Conta l’attitudine, come si dice, e i 99 Posse ne hanno da vendere: la premessa classica in questi casi è che, “pur non condividendo in pieno il loro pensiero” sono forti. Per chi scrive l’assunto è in parte vero, per esempio con gli Assalti Frontali (‘che sempre in area autonomia/antagonismo stanno) c’è maggiore condivisione del discorso. Qui c’è però una capacità comunicativa che passa sopra a tutto.  Le parole con cui  Zulu introduce o conclude i pezzi sono in questo senso esemplari: a volte esilaranti, a volte dure, sempre comunque giocate sull’autoironia e il sarcasmo.

Nel frattempo la situazione nel locale si è fatta più accettabile (si aprono tutti i finestroni, un po’ di gente sfolla dalle prime file), inizia la seconda parte del concerto (quella che, come dice Zulu, “è fatta di pezzi a struttura aperta, che possono essere cambiati ogni volta”) e la novenove inizia a calare i pezzi forti: “Curre curre guagliò“, “Napoli“, “Children ov babylon” e così via, fino a un medley conclusivo “‘O documento/Ripetutamente/Rafaniello/Salario garantito” da lacrime agli occhi, per i ricordi collegati ma anche per le risate che suscitano i pezzi. L’introduzione al medley suona più o meno così: “visto che l’età media qui sul palco è di 40 anni, e infatti pensavamo di chiamarci 99 prostate, voglio vedere quanti quarantenni qui si fidano [ce la fanno, italianizzazione del napoletano] di fare un pezzo di 18 minuti come quello che stiamo per eseguire”.

C’è spazio per un nuovo pezzo, “Italia a mano armata“, che affronta con la faccia cattiva il tema delle ronde ma non sembra proprio trascendentale, per il ritorno sul palco con “Cerco tempo” e… che altro? Chi scrive, in effetti, non ricorda più come esattamente sia finito il concerto, però può avanzare alcune considerazioni di massima:
– questa reunion non è un avvenimento epocale, però fa comunque piacere risentire la voce di un gruppo che le cose, a modo suo, le ha sempre sapute dire in maniera convincente;
– come gruppo musicale la posse ha sicuramente perso qualcosa; c’è da vedere, se ci sarà un disco, che direzione prenderà;
– la prossima volta concerti all’aperto e in spazi sconfinati; madonna che esperienza è stata!

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2 agosto, Bologna

In: A terra

2 Ago 2009

Nel 1980 l’anfibio era ancora molto piccolo, e inconsapevole della sua futura condizione di mezzo e mezzo; i suoi ricordi di quel periodo sono Polaroid coi colori accesi dell’estate, braghette corte e magliette a righe orizzontali, i baffoni e la pancia del padre, i capelli arruffati della madre, le facce divertite dei compagni di gioco al vedere lui che sale in sella a un Califfone e fa finta di guidarlo.
Di quel periodo ricorda però anche un senso di inquietudine, di oppressione che a volte era evidente anche ai bambini, telegiornali come bollettini di una guerra, eventi luttuosi e misteriosi che in famiglia si accettavano come si accetta una tromba d’aria o un terremoto, con il fatalismo di chi davvero non capiva perché succedessero certe cose. Con il tempo il bambino è cresciuto e una sua idea del perché se l’è fatta, quindi oggi si è presentato all’appuntamento con la rituale commemorazione di uno di questi eventi, forse il più odioso occorso nel dopoguerra in Italia, vale a dire la strage fascista alla stazione di Bologna (anche se a volte ancora gli risuona nelle orecchie l’audio in tempo reale dell’esplosione di una bomba a Piazza della Loggia).

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Brescia, Piazza della Loggia, 28 maggio 1974

I wuminghi, a proposito di Resistenza, avevano scritto tempo fa (nella postfazione all’edizione Stile Libero di “Asce di guerra”) alcune cose molto interessanti e condivisibili:

L’immagine della Resistenza come vendicatrice dei torti subiti da padri e nonni è stata offuscata a colpi di commemorazioni istituzionali. C’è chi ha voluto depurare la guerra di liberazione dei suoi aspetti più controversi. Così facendo, l’ha allontanata dalle pulsioni dell’animo umano […] In parole povere: la memoria della Resistenza si è confusa con uno statu quo avvilente.
Occorre tornare a “camminare sul lato selvaggio”, e c’è molto lavoro da fare. Tornare a raccontare la Resistenza, e farlo in nuovi modi. Sotto gli strati di polvere di archivi e biblioteche abbiamo a disposizione un patrimonio inestimabile…

il succo era che per non imbalsamare la memoria occorreva trovare nuove prospettive per raccontarla. Questo non vuol dire confondere le acque, naturalmente, né dimenticare quelli che sono i punti fermi di un accadimento. Niente, l’anfibio pensava a questo osservando ancora una volta lo spettacolo della piazza bolognese, piena di passione civile e però ormai assuefatta, sembra, al solito avvicendarsi di oratori più o meno felici nella scelta delle parole, con il climax della contestazione all’esponente delle istituzioni. Ora, non che l’anfibio abbia mai provato alcuna simpatia per quelli di là, però sentire Sandro Bondi piagnucolare perché non gli si facevano dire quelle quattro frasi fatte che si era diligentemente preparato lo ha un po’ intristito, senza contare che lo spettacolo di una commemorazione solenne ridotta a battibecco tra il suddetto ministro e la gente in platea era veramente deprimente. Contestazione si o no? Boh, però il minuto di silenzio, con i gonfaloni levati in alto, è stato veramente toccante.
P.S.: e comunque, caro ministro, dire dopo 29 anni che non è facile ricostruire quello che è successo il 2 agosto, e che ci sono molte verità ancora da accertare, o è malafede o è una grande stronzata.

Tremiti for dummies

In: In acqua

1 Ago 2009

L’anfibio non ha molti soldi. Tra qualche mese, con questo andazzo, non avrà più una lira, ma non per questo vuole rinunciare alla sua porzione di bellezza. Capita così che decida di organizzarsi una visita alle Tremiti, profittando di un ritorno al paesello più lungo del solito.

Organizzazione, si fa per dire: qui si parte con il treno dell’alba e si torna la sera tardi, con tempi morti notevoli e contando solo sui propri piedi per gli spostamenti sull’isola.

Il benvenuto a questa giornata tremitana il mezzo e mezzo lo riceve giusto all’alba, quando scopre che il treno che lo dovrà portare all’imbarco di Termoli viaggia con circa un’ora di ritardo, e che quindi ci si è alzati alle 4 di mattina per niente… L’esperienza dei treni espresso notturni, d’altronde, è per il nostro sempre densa di un sapore di tempi andati, neorealismo e viaggi della speranza che lo affascina: è l’incontro con “la ggente“, un concetto spinoso. Tra l’altro, l’anfibio scopre con stupore che “La Repubblica” è diventato per qualcuno una specie di “Pravda” light quando un suo compagno di scompartimento ammicca alla copia che ha in mano con un

“…e visto il giornale che hai comprato abbiamo già capito le tue simpatie politiche…”

Insomma, tra una cosa e l’altra si arriva a Termoli e si corre all’imbarco, si traghetta romanticamente affacciati al ponte cercando inutilmente forme di vita amiche con cui dialogare, infine si arriva al porto di San Domino, ed è già uno spettacolo. Peccato solo per il trambusto all’attracco: un mercato di gite in contrattazione su gommoni, acquataxi e barche assortite che, l’anfibio scoprirà, creano una sorta di primo e terzo mondo del turismo sull’isola. L’impavido (lo sprovveduto) dribbla orgoglioso la questua, dà un ultimo sguardo sprezzante alla folla di famigliole e gitanti assiepata sulla banchina e si incammina in netta controtendenza verso il cuore del paese di San Domino: ha deciso di fare il periplo dell’isola e profittare delle discese alle varie calette per godere delle bellezze acquatiche dell’isola.

Mappa dei sentieri, equipaggiamento spartano ma consono all’impresa e tanta determinazione: inizia la salita che lo porterà prima al paese, quindi (secondo il piano d’attacco) verso Cala del Sale, Cala degli Inglesi e infine i Pagliai, selezione suggerita da un Diving Center del posto. La prima parte del viaggio è ostica, la pendenza non indifferente e la calura notevole, inoltre la sosta prevista allo Scoglio dell’Elefante non è possibile perché la discesa a mare non c’è: guardando dall’alto lo spettacolo l’anfibio ha però un primo assaggio di quello che può offrire il posto; si mette bene.
La Cala del Sale è poco più avanti, per scendere c’è un ultimo tratto di strada leggermente scoscesa da percorrere ma poi si può finalmente entrare in acqua. Anche in questo caso c’è un isolotto roccioso a fronteggiare la caletta; l’acqua è in questo tratto non molto profonda, almeno sotto costa, ma basta allontanarsi di poco per acquistare profondità. I pesci se ne fottono di chi fa il bagno e delle numerose e fastidiosissime presenze di natanti, motoscafi e quant’altro in rapido passaggio poco distante: nuotano in branchi, la pezzatura è piccola ma l’effetto è notevole. La sosta dell’anfibio dura un paio d’ore, poi si rincammina verso la destinazione successiva; pranzo al sacco, naturalmente. Complice una leggera velatura del cielo, il percorso è questa volta più agevole, anche la pendenza è meno pronunciata (non che prima si fosse in alta montagna, però l’anfibio è animale di pianura, già tre scalini da salire sono fatica…), insomma in non molto tempo si arriva alla Cala dei Benedettini e da qui alla Cala degli Inglesi. Lo spettacolo è ancora più incantevole, l’acqua di un colore così chiaro e limpido da sembrare una piscina (impressione che ricorda all’anfibio Stintino, luglio 2008, bei tempi…), la profondità decisamente maggiore rispetto alla spiaggia precedente, così come la ricchezza della fauna marina. Nel percorso da una sponda all’altra della caletta l’acqua, nonostante la trasparenza, diventa molto scura e da ciò si può dedurre che la profondità oltrepassi i 20 metri; più avanti il nostro scorge invece un branco di pesci di dimensioni decisamente notevoli e che dall’aspetto sembrano dei barracuda. Barracuda! Meglio aumentare la velocità per raggiungere la costa, però che bella la compagnia di saraghi, tordi, castagnole, salpe! Sulle rocce lo accolgono ricci di mare e patelle, belli sì ma un po’ scomodi da avere in mezzo ai piedi quando si cerca di risalire dall’acqua. Come che sia, è decisamente una delle più belle passeggiate sott’acqua mai fatte (di apnea poca roba, siamo fuori forma).

Mentre il tempo inizia a stringere e l’anfibio si allucertola sul primo scoglio libero, la visione dei gommoni che sfrecciano all’orizzonte lo porta a interrogarsi sulla possibilità di un altro turismo possibile, meno caciarone e più rispettoso dell’ambiente (ecchecazzo, anche qui capita di nuotare in mezzo a buste e altri avanzi dei naviganti). Sarà forse che rosica perché lui la barca o il gommone non se lo può permettere (e in effetti qui come in altri posti la differenza tra chi arriva da terra e chi va per mare crea un’evidente divisione poveri/ricchi), però forse, anche se il gommone ce lo avesse, l’anfibio un briciolo di sensibilità in più l’avrebbe. Boh! Tra una pippa mentale e l’altra si fa l’ora di andare verso l’ultimo approdo prima del rientro: i Pagliai sembrano una meta improbabile, perché da terra non si possono raggiungere. Consigliato da un indigeno, però, il nostro non si arrende e arriva a un molo poco distante dall’attracco dei traghetti da cui potrà arrivare nuotando a questi scogli affioranti, nella parte in cui San Domino fronteggia l’isolotto del Cretaccio. L’acqua intorno al molo è decisamente meno invitante di quella vista finora, ma vale la pena affrontarla: superati pochi metri di leggero pantano il mare si fa nuovamente splendido, e l’area intorno ai Pagliai stupefacente: qui è la ricchezza dei fondali a stupire, e la presenza di numerosi saraghi (addirittura orate, possibile?) di pezzatura notevole.

L’esplorazione di crepacci e aperture, l’arrivo al fondo (sotto i 10 metri) e appunto la compagnia dei pesci sono ottima conclusione di una giornata che non può non essere un semplice antipasto di una vacanza a venire di almeno tre-quattro giorni, quando questi luoghi saranno meno affollati e le finanze dell’anfibio saranno messe meglio. Allora si potranno visitare anche le altre isole dell’arcipelago, e approfondire la conoscenza di tutti i posti in questa occasione solo assaggiati. Ci sarà un seguito, intanto è meglio sorvolare sul ritorno, trascorso fra attese interminabili, compagnie infelici e una più che giustificata stanchezza.
Sotto botta di: “Entre dos aguas”, Paco De Lucia; “Seya”, Oumou Sangare; “Macramè”, Ivano Fossati